ago 21, 2012 - Senza categoria    8 Comments

Sergio Toppi

Oggi se n’è andato un uomo. Un Maestro del fumetto e dell’illustrazione internazionale. Ma non è solo del grande artista che piango la perdita. E’, soprattutto, di un amico che quando ho fatto armi e bagagli per trasferirmi a Milano mi ha fatto sentire parte di una nuova famiglia, la sua, accogliendomi in una casa che conteneva parte della sua storia di giovane illustratore di ottime speranze. Una persona di una umiltà straordinaria, un uomo di altri tempi, di una cortesia inusitata, capace di piccole attenzioni desuete, fuori tempo, proprio per questo disarmanti e capaci di farti riconsiderare in senso ridicolo tanta, troppa, prosopopea di un piccolo mondo qual è quello del fumetto. Era uno di quei fumettisti che leggeva pochi (anzi, pochissimi) fumetti, ma ne aveva ben donde: al cospetto della sua arte (ARTE) che cosa poteva reggere il confronto? Chi? Lui qualche volta si lasciava scappare un “Ah, beh, questo è bravo…” L’ho sentito per pochi autori, ma l’ho sentito. Tra i suoi epigoni, l’ha detto per Mattotti, per Bacilieri, per Casini, per Gipi e per una manciata di altri, oltre che per Muñoz e per numerosi disegnatori stranieri.

A Sergio Toppi devo tanto, troppo, rispetto a quel che ho potuto offrirgli. Una tesi inadeguata realizzata dalla mia isola, in epoca quasi pre-internet, riabilitata dagli approfondimenti in loco che mi permisero, dopo il trasferimento a Milano, di vedere con più continuità Sergio all’opera. L’ultima chiacchierata a casa sua, con accanto Aldina, l’amatissima moglie, faceva da prologo a un’intervista prossima ventura in occasione degli 80 anni. “Ma non le solite domande!” ci eravamo ripromessi. Già. E quali allora? In quasi vent’anni di conoscenza (la prima volta che andai a trovarlo fu nel 1995) gli avevo fatto diverse interviste e alla fine le domande erano più o meno sempre quelle. Anche leggendo le interviste altrui, ritrovavo più o meno i medesimi quesiti. Ma come approfondire senza ledere la sua riservatezza? Provai a indagare il suo rapporto, così speciale e “laico”, con la religione, ma “questi sono argomenti troppo personali”. E la politica? Una volta mi confidò quale estrazione politica fosse la sua, ma mi invitò anche a non scriverne pubblicamente. E così feci. A quel punto le interviste vertevano sempre sulla sua arte, gli influssi, le sue passioni, ciò che proprio non gli piaceva (certa arte contemporanea, per esempio, e le furbate post-moderniste). Ricordo una chiacchierata accesa e bellissima, a dibattere su Joseph Beuys e sull’uso che l’artista tedesco faceva del grasso animale. Fu per me una delle soddisfazioni maggiori difendere (nel piccolo campo di battaglia di un soggiorno) le ragioni di Beuys di fronte a Sergio, che riteneva il concettuale una scusa per giustificare  ogni abiezione artistica. Ma per Beuys il grasso era vita, così come lo è per un fumettista la china. Abbattuto dalla contraerea sovietica, quando era pilota della Luftwaffe, Beuys precipitò sulla neve russa e qui sarebbe morto se una famiglia locale non lo avesse raccolto e curato, salvandolo proprio grazie al ricorso al grasso animale che ne impedì la morte per assideramento. E’ questo il problema dell’arte contemporanea: esporre con la pretesa di non dover spiegare. E per questo, l’”arte” ha minori problemi rispetto al fumetto. “Se disegni una sedia con tre gambe, non sta in piedi”. Il fumetto deve rispondere a un criterio di credibilità che l’arte (può) rifugge(re). “Io infatti una volta ho disegnato una sedia con cinque gambe. Cose che capitano” mi disse con disapprovazione mista ad autoironia.

Ci manchi già, Sergio.

 

 

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8 Comments

  • Davvero un bellissimo commento, che crea un’ottima immagine di una persona che non ho mai conosciuto ma che ho sempre pensato avesse in sé quelle caratteristiche di semplicità ed intelligenza che distinguono il vero “artista”, il vero “genio” dai semplici mestieranti o finti maestri. Impossibile non stimare il lavoro di Toppi, ottimo sapere che era da stimare anche la persona.
    E tra virgolette mi capita pure di ricavare qualche informazione utile su Beuys, che mi ricordo vidi in una sua personale a Colonia (nella quale, se non ricordo male, una signora delle pulizie smontò una sua istallazione credendola roba dimenticata dagli operai..ma posso sbagliare…) e che mi lasciò più che perplesso. Sarà che io e l’arte moderna non ci siamo mai intesi, sarà, come dice lei, che essa pretende di mostrare senza spiegare. Di certo se qualcuno mi avesse raccontato la storia del grasso forse avrei storto meno la bocca, ma quando si è impreparati come lo ero io i quel periodo, che cosa altro si può fare?
    Un saluto.
    Cristiano.

    http://storielacrimevoli.blogspot.it/

    http://storielacrimevoli.blogspot.it/

    • La ringrazio, Cristiano. La ritrosia totale di Toppi a farsi chiamare artista deriva proprio da queste considerazioni. Era un continuo ritorno alla concretezza, al lavoro manuale, che è anche la peculiarità del fumetto, (prodotto genuinamente artigianale, nonostante photoshop) in cui non puoi mentire. Al contrario dell’”arte” che, come diceva Picasso, è una menzogna. Utile a conoscere la verità, ma pur sempre menzogna.

  • Condoglianze a te e a tutta la Famiglia Toppi.

    • Grazie Claudio.

  • Non avevo letto il tuo post, bellissimo ricordo…

    • Grazie, Giorgio. Un abbraccio.

  • Leggo solo ora il tuo bellissimo ricordo del Maestro. Così lo chiamai, quando gli chiesi uno stupido disegnino su un albo. Era una Romiics, forse 10 anni fa. Gli inetti della”organizzazione” non riuscirono a trovargli una stanza… e nemmeno una sedia e un tavolo. Il Maestro ci chiamò a raccolta, noi 3-4 ammiratori che lo tampinavamo senza mollarlo, e per sbarazzarsi di noi, il Maestro si accomodò sugli scalini di una rampa di scale. Lui, col sorriso sulle labbra, ci accontentò con grande pazienza e ci regalò, mi regalò, insieme al disegnino (eseguito con grande accuratezza), una semplice, umilissima ma inestimabile lezione di vita.
    Grazie, Fabrizio.
    Addio Maestro.

    • Grazie a te, Andrea. Bellissimo anche il tuo ricordo, che rende perfettamente l’idea di chi fosse Sergio.

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